In questa pagina sono raccolti, in ordine alfabetico, gli scritti critici di:
Claudio Alessandri, Vittoria Bellomo, Francesco Carbone, Claudio Cirà, Laura Coppa,Salvo Ferlito, Aldo Gerbino, Pino Giacopelli, Andrea Greco, Giuseppe Mendola, Marcello Palminteri, Adriano Peritore, Pino Schifani.
Buona lettura.
Cinisi (PA), 16 Dicembre 1995 - 3 Gennaio 1996
Oggetti, un tempo indispensabili alla vita dell'uomo ed oggi negletti, tornano a nuova vita, non più utensili, non più legati ad una realtà contadina, marinara o domestica, ma eletti ad emanazione del più nobile sentire dell'intelletto, quello di Paolo Chirco, che traduce in arte coinvolgente, oggetti obliati e destinati, altrimenti, ad una anonima fine, senza lasciare alcun segno tangibile del loro lungo-breve passaggio nella vita incerta e perigliosa di una fragile e contraddittoria umanità. Ed ecco una falce che, perduto il lucore di un'attività diuturna, ricoperta dal bruno della ruggine, si trasforma in oggetto-forma, interpretabile concettualmente, ma non identificabile in una classificazione restrittiva del pensiero e della fantasia.
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Terrasini (Pa), 12/22 Settembre 1999
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… Paolo Chirco è artista che, senza mai cedere alla banalità, mediando tra il colore e i materiali, il mostrato e il vibratile sottinteso, assembla emozioni, dando l’idea dell’eroso, del consumato, dello sfilacciamento di una storia, forse, la “nostra” ….
Bari, Giugno 1997
L'avvento dell'Informale storico in pittura ha sconvolto i canoni su cui si basava l'estetica precedente: la bellezza, l'ordine, l'armonia. Questa tendenza, nata subito dopo la seconda guerra mondiale, è derivata anche dal ricordo dei tragici eventi bellici, dall'imbarbarimento dell'uomo che essi avevano causato attraverso stermini, genocidi, violenze, distruzioni morali e fisiche. A causa di tutto questo, l'Informale non volle rappresentare più la realtà dipingendola così come si vede, ma rendendola attraverso un linguaggio metaforico, brutale e cruento, materico, affidato all'uso di materiali tra i più disparati e repellenti. Ferro, legno bruciato, pece, terra, pietra, sacco consumato,
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Terrasini, 12/22 Settembre 1999
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… Un omaggio all'arte, concepita come ritorno ad un mondo culturalmente puro, come tensione verso un universo di pulsioni primordiali che vengono sublimate dal tocco dell'artista o anche come strumento per evidenziare la presenza ancora viva dell'arte stessa nella storia di un popolo, …
Palermo, Sicilia tempo
… la visionaria polimatericità pittorica di Chirco (caratteristicamente tripudiante di tecniche miste) si ergono dunque ad eloquente novero di chiari referenti, atti a narare con dovizia informativa le piacevolezze della nostra Felix Ziz. …
Palermo, Ottobre 2006/Gennaio 2007
Affiora quasi un eccesso di tracce, di umbratili modulazioni, d'informi oggetti declinati dal tempo, di superfici costantemente attraversate dall'incedere implacabile della erosione. Perchè, poi, è questa erosione interiore, il suo continuo rovello agente sulle cose e sulla loro identità, a destinare tali nuove immagini sorte da un caos primigenio, nel baratro delle assenze per arricchire la memoria. E ciò, anche, per accogliere luce, linfa, in una volontà estrema di rigenerazione, di autogiustificazione. Ecco, forse, alcuni elementi-guida di questo percorso incisorio elaborato da Paolo Chirco, sospinto verso una discesa alla matrice dei fatti per i quali la suggestione della “lettura facile” viene bandita quasi ad accogliere, così, nella propria visibilità espressiva, il chiaro rovello dell'analisi.
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Cosenza, 15/22 Giugno 2002
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Cefalù, Maggio 2001
Le avanguardie artistiche che all'inizio della loro avventura furono l'emblema delle passioni del XX secolo, alla vigilia del terzo millennio appaiono come un segmento di una più ampia traiettoria della vita dell'arte, un evento che si offre alla storia in una dimensione ammansita. Probabilmente per guidare il sacro disordine che doveva azzerare la storia e annullare la tradizione, ci sarebbe voluta una avanguardia più avveduta, più lucida, più consapevole che conoscesse nel profondo i segreti del progresso e i meccanismi misteriosi del linguaggio. Si è infranto così il sogno di unificare arte e vita ed oggi dobbiamo registrare una sorta di stanchezza al punto da far pensare che la funzione di provocazione delle avanguardie si sia esaurita. Tuttavia, a dispetto delle infinite dichiarazioni di morte, l'arte a suo modo, è sempre viva, anche se non florida.
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Fra gli artisti siciliani impegnati a ricercare mezzi e modalità più idonei alla riproduzione del vero scatenando le proprie emozioni, restituendo la natura al suo stato di incandescenza magmatica, Paolo Chirco ci appare uno degli interpreti più convinti di questa pulsione di modernità verso tutto ciò che può, liberare l'istinto e intelaiare nuovi desideri di conoscenza. Se ogni sua opera appare priva di ogni riferimento figurale, tutte le sue composizioni sono orchestrate in una molteplicità, di accordi nel rispetto di rigorose regole costruttive, cromatiche, tecniche che poco hanno da spartire con certe forme di automatismo e di spontaneismo alla Hamilton. Chirco si muove con partecipe tensione fra suggestioni infomali e iconografie pop, assumendo dall'arte del collage e dell'assemblage nuove possibilità di ricerca dove respira la lucidità dell'intelligenza e la disciplina del pensiero. L'impressione più forte che se ne ricava è quella di pensare che egli sia un artista che, dopo ampia riflessione critica sulle principali tendenze dell'avanguardia, stia approdando ad una sua personale cifra stilistica, proiettando la sua esperienza nel recupero simbolico di reperti naturalistici. Perciò, piuttosto che di sperimentazione parlerei di immaginario. Un immaginario che attinge a traslati emblematici e che si realizza nell'esaltazione della performatività e della spazialità. In questo senso si allontana dal concettualismo di Duchamp e dal nichilismo Dada, mentre si avvicina al sentire del movimento “Fluxus” fondato nel 1962 da George Maciunas che propugna che l'arte si faccia “documento, pratica, percorso, informazione e il problema del valore si sposta dal campo estetico a quello etico”.
Ma la sua attitudine alla plasticità, e alla manualità, lo porta a coniugare un alfabeto artistico giocato con l'invenzione di immagini naives o alla maniera della Pop (ular) Art, dove l'elaborazione e l'interpretazione delle tematiche dell'ambiente si sublimano, con originale manipolazione, nella materia, in strutture reticolari leggere e trasparenti con cui accede ad allucinate modulazioni pittoriche. Per far questo, Paolo Chirco utilizza materiali svariati: il legno (che privilegia), tavole variamente sagomate e ordinate, ferri, brandelli di stoffe che diventano vessilli sull'orizzonte dell'innovazione, plastica adesa ancora fumante, terracotta … affidando agli oggetti realizzati il compito di “nominare se stessi”, per cui quella che si suole riconoscere come “arte povera”, viene dall'artista siciliano storicizzata ed adottata come proprio repertorio rappresentativo con valenia di denuncia e di viaggio della memoria. È così che le opere di Paolo Chirco diventano mappe di un percorso onirico seducente, strutture dal vago sapore totemico, griglia fervida di poetici frammenti, serrata orditura alitante di inquietudini, dove le sfide e le controsfide dell'esistenza umana sono affidate a rapide e guizzanti pennellate sanguigne, espressive di anarchia e di ironia, placebo per una unanità, che non anela a riscattarsi.
Monreale (Pa), 9/19 Dicembre 1995
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Cinisi, 23/31 Agosto - Terrasini, 3/14 Settembre 1997
Oggi, anche se sono lontani i tempi in cui una incisione di Morandi, di Bartolini o di Viviani giungeva al pubblico con un'esposizione e sono scomparse quasi del tutto le manie collezionistiche che Baumier illustrò così bene nel "Cercatore di stampe" armato di lente a rovistare negli antri più oscuri di antiquari e rigattieri, non è infrequente che vengano allestite mostre di raffinati incisori.
E c'è chi ama l'incisione più della tela dipinta, anche a prescindere dalle quotazioni.
Del resto, le tecniche sono nate perché l'acquaforte, la litografia, la serigrafia consentivano e consentono effetti che non si possono ottenere con l'olio, con la tempera o con l'affresco.
Il grande Dürer diceva di trovare nell'acquaforte una poesia che nelle altre tecniche non riscontrava.
Io stesso penso sempre con particolare curiosità all'artista che si appresta a realizzare un'acquaforte: allorché preparata la lastra dì rame (o di zinco) vi pone sopra un sottile strato di cera e vi incide il disegno con la punta d’acciaio immergendo poi la lastra dolce e indifesa in una soluzione di acido nitrico che ne corrode le parti incise.
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È certo che ci sono incisori che rivelano la loro intima e fresca natura meglio che nelle opere pittoriche o scultoree.
Nel 1995, scrivendo di Paolo Chirco annotavo come ogni sua opera apparisse priva di ogni riferimento figurale e segnalavo la sua attitudine alla plasticità ed alla manualità che lo portava a coniugare un alfabeto artistico giocato con l'invenzione di immagini naives o alla maniera della Pop(ular) Art. E, quando ricordavo l'utilizzo, nelle sue opere, di materiali svariati: il legno, tavole variamente sagomate e ordinate, ferri, brandelli di stoffa, plastica, terracotta, avvertivo come esse mentre evidenziavano una valenza di denuncia e di viaggio nella memoria assumendo il valore di vere e proprie mappe di un percorso onirico che informavano della volontà dell'artista di continuare a sperimentare.
Ripensando a questa sua ansia. mi è tornata alla memoria una riflessione fatta dall'olandese Willem De Kooning, uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione visiva esplosa a New York alla fine della seconda guerra mondiale: "Nella pittura ormai non ci sono aree inesplorate. Se si vuol fare la figura moderna è difficile non imitare Picasso o Matisse, se si vuole esplorare il disegno geometrico, o astratto, c'è già stato Mondrian e le possibilità dell'astrazione libera sono state esplorate da Mirò. Forse l'unica cosa che resta da fare è di fare composizioni in cui non appaia nessuna precisa immagine, e poi cancellarle. Col tempo anche quelle immagini cancellate sembreranno qualcosa. Dopotutto quando guardavamo i primi quadri di Cézanne nessuno riconosceva nulla: adesso sono chiari come fotografie". Poi, m'è venuto da pensare ad Emilio Vedova, un altro artista che non ha mai smesso di cercare e di sperimentare.
Paolo Chirco, dopo avere cercato in se stesso le ragioni di una ispirazione attraverso il suggerimento delle correnti estetiche più vive del nostro tempo, ha trasferito le istanze presenti nel suo esperire artistico, nel repertorio grafico. E qui, il segno dell'artista siciliano ha trovato un suo fuoco tagliente nel costante dialogo tra acquaforte ed acquatinta, quasi che si trattasse di una nuova elaborazione critica, di una nuova forma espressiva delle sue intuizioni. Di più: scoprendo nel disegno ottenuto con punte metalliche arroventate (pirografia) e mediante supporti collosi (collografia) e nella incisione su legno (xilografia), un modo personale di sviluppare sulla lastra l'intreccio fitto e continuo del segno che egli ha imparato a distendere e infittire e intramare con materiali vari (opunzie essiccate, gesso molle, spighe di orzo selvatico, garze, stracci, frammenti di legno … ), proponendo continuamente nuove sperimentazioni sul piano tecnico e formale che fanno fede alla qualità del suo mondo poetico ed alla coerenza della sua crescita interiore. Come a dire, una metamorfosi emotiva che linfe di luce implose nell'ordito eroso dello spazio dipanano in fantastiche larve ed in oggetti informi, fuori dal tempo.
É così che egli crea opere che rimangono tutte delle espressioni uniche seppur simili a varianti che diventano segni di un pensiero criptico ed anche magia agli occhi di chi guarda.
Lo spessore del metallo gli obbedisce come il legno al liutaio.
Nulla è descritto, tutto è rivelato col segno sospeso sul respiro dell'ideazione. Non descrive, non racconta, non fa decorazione.
Ascendenze e parentele sono le più alte: dureniane, morandiane, rembrandiane, goyesche, burriane … Ma tutte difficili a identificare perché Paolo Chirco aggredisce la forma non già per dissolverla ma per riproporla su nuovi inediti statuti, rinsanguata da energie e pulsioni generatrici di nuovi elementi vitali.
Il vorticoso intrecciarsi seriale dei segni mette " in scena una complessa geografia del contatto, memorie di forme, prelievi di realtà di cui l'artista si dispone a plasmare le impronte, ben sapendo che per lui diventa ricchezza euristica della configurazione esatta di questo risultato. Perché l'impronta è un gioco e una sfida, quella di sempre, che confonde i sensi con i segni e non finisce mai di sorprendere. Il suo reticolo segnico è particolarmente intrecciato, non è caratterizzato da nessuna rappresentazione, quanto da una ricerca interiore, da una interpretazione poetica. Tondi sospesi nel vuoto, come lune o soli senza luce, come incagliati nella nostalgia d'un paesaggio attraversato dal flusso bianco delle emozioni. Si costituisce un linguaggio significante per sè, che va interpretato senza tener conto della rappresentazione. Quasi si trattasse di un diagramma dell'anima, di una confessione espressa in caratteri simbolici di cui Paolo Chirco dà conto nelle delicate e pregevoli icone dove tutto diviene vagheggiamento creativo, fino a prefigurare una ricerca della sacralità.
Quando volge la sua attenzione al valore stesso dei tracciati, degli intrecci, dei contrasti di chiaroscuro, alle linee ascensionali, alle umbratili ragnatele di fili che in una trasparenza d'acquario esprimono nella combustione la grande drammaticità dell'irreale, cerca di svelare le cose nella loro pura nudità. Nei multipli, infine, l'ipotesi che la spaventosa spaccatura tra uomo e universo e le sue origini trovi nel labirinto la sua terra promessa.
Monreale (Pa), 2003
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Fuoco, acqua, terra: ai tre elementi evocati dalla varietà dei materiali di questa mostra, si affianca un quarto elemento, il Vento, che passa e raccoglie aromi e suggestioni: un novello cantastorie che avvicina imprevedibilmente le opere, che tesse "u cuntu" di una Sicilia "possibile", poetica e magica, quale ci consegnano gli artisti di Felix Ziz.
Felix Ziz, Isola ostaggio dello Scirocco, vento saggio e caustico. Ci sono giornio che non dà requie. Non c'è modo di difendersi. E così impera. ... Vento che agita la visione di una tenda (Ore di Sicilia), rapita a mani operose, che annodavano fantasmi di rose e d'uccelli, mentre intorno si recitavano litanie e piccole devozioni. Ed ora quel che di essa resta è li, sul battente rugginoso di una porta, che non si aprirà mai più, vela impossibile in un viaggio che s'inabissa nelle viscere della terra (Appunti di un viaggio in Sicilia) nel suo ventre gravido e antico, placenta granulosa, attraversata da gallerie di segreti. ...
Palermo, 2006
Ho visitato felix Ziz il giorno dell'inaugurazione e sono tornato ben volentieri in seguito perchè l'esposizione mi ha attratto presentando tecniche e materiali diversi ad arricchire i nostri ricordi ed a stuzzicare la nostra curiosità. Osservando le opere mi sono soffermato su alcuni oggetti della memoria riciclati e artefatti e su altri naturali - canne, stoffe, sabbie, terre, sassi, conchiglie, ferri vecchi e chiodi arrugginiti, legni consunti, jute, insieme ad acrilici, oli, smalti e pigmenti vari - utilizzati su supporti più o meno nobili, insomma un telaio figurativo di ampio respiro su cui gli artisti hanno ricamato le proprie idee. ... Paolo Chirco ha assemblato materiali e sentimenti mettendo a nudo l'anima povera della nostra terra. ....
Palermo, 2006
Le superfici delle opere di Paolo Chirco sembrano accogliere simboli piuttosto che oggetti, esponendo allo stesso livello tutte le forme che vi abitano. Un livello piano determinato dall'assenza di prospettiva eppure non piatto, vivificato e reso profondo dalla varietà coloristica degli stessi oggetti che dilatano l'eco del tempo segnalando spazi e umori. Sono oggetti diversi, di estrazione naturale, di uso contadino o industriale, di cui Chirco individua le potenzialità materiche e cromatiche, espresse in una passionale orchestrazione compositiva, la cui descrittività è superata nelle affinità figurali. Gli oggetti, così trascesi nell'incisività dei contorni, riassumono la contingenza del reale nel pluralismo di contenuti, pregni di arguzie narrative. Questo insolito clima, che determina la produzione materica di Paolo Chirco, caratterizza l'impronta della sua produzione grafica, dove l'artista, sfuggendo ai canoni tradizionali della calcografia, perviene ad una ricerca intelligente e suggestiva rivolta all'esplorazione delle possibilità espressive dell'arte della stampa.
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Così Paolo Chirco permette agli oggetti di offrirsi come doppio di sé, mettendo in volume la loro stessa capacità di offerta, il loro calco. Che a tratti si accenna, sprofonda o emerge, si addensa o si dirada, evidenziando o conservando una traccia. Questo mimarsi dell'oggetto aumenta la liricità del movimento di manifestazione, trasformazione e metamorfosi della forma, più o meno riconoscibile secondo la consistenza impressa sulla carta dalla pressione del torchio. La quale, frammentata, intersecata e aggredita da un ordito di segni, accelera la sensazione di una progressiva consumazione della materia, di una metamorfosi in atto appunto, in cui la luce, intervenendo tra gli spessori, allarga gli spazi, suggerendo una diversa visione - poetica ma per certi versi anche scientifica - della natura.
Terrasini (Pa), 12/22 Settembre 1999
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In queste ultime incisioni, infatti, colpisce a prima vista una tecnica che non scade mai negli automatismi del mestiere, ma al contrario appare sorretta felicemente dall'immediatezza dell'ispirazione, dalla necessità di una spermentazione coerente coi temi solitamente affrontati e da una ricerca diretta a scavare insistentemente le risposte alle proprie domande. Così, ecco l'utilizzo del nastro adesivo per provare con la fiamma a realizzare un merletto fatto di buchi, di aderenze, di bolle; ecco il sistema linfatico d'una pianta grassa che viene essiccato e ridotto a semplice reticolo; e poi il gesso ancora molle per prendere le impronte di stracci, pezzi di legno, spighe di orzo selvatico, in una continua ricerca e sperimentazione di nuovi segni per nuove composizioni.
Una tale affermazione non deve stupirci, perché l'arte e l'uomo sono così mescolati che il loro stesso pulsare batte al ritmo della Storia; la nostra poi è l'epoca dell'informatica, dei consumi eccessivi, dello spreco delle risorse energetiche ed ambientali, delle innovazioni che l'accelerazione tecnologica impone.
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Tale processo ha anche incentivato quel "consumismo culturale" definito da Jean Baudrillard "il tempo ed il luogo della resurrezione caricaturale e della evocazione parodiaca di ciò che non c'è più e che è stato già consumato". Una tale premessa andava fatta per presentare le ultime incisioni di Paolo Chirco, perché ritengo che lo sforzo dell'artista è quello di conciliare nelle sue opere le contraddizioni che il caos della realtà quotidiana gli rivela con le contraddizioni nate dal caos dei propri sentimenti. Operazione che non sempre riesce agli artisti in generale.
E Paolo Chirco percorre con umiltà tutto il cammino accidentato della storia dell'arte di questi ultimi cinquant'anni, evitando qualsiasi spettacolarizzazione ed estetizzazione dei mali e dei guasti operati dall'uomo tecnologico all'ambiente e all'immenso patrimonio architettonico e monumentale delle città italiane.
Ernst H. Gombrich, autore di una organica Storia dell'Arte (riproposta ultimamente in fascicoli da un autorevole quotidiano nazionale) ha sostenuto che in questi ultimi decenni di fine millennio, assistiamo al trionfo del modernismo perché lo "scandalo" è tramontato e qualsiasi esperimento pare accettabile non solo dal critico - che soffrirebbe a sua volta di una sorta di complesso del peccato originale, per essersi messo nel passato contro le avanguardie -, ma anche dalla stampa e dal pubblico.
Il groviglio dei segni è solo in apparenza indice di disordine strutturale. In realtà Chirco vuole rappresentare un ambiente stravolto dall'opera devastante dell'uomo tecnologico, raccogliendo "scarti" dalle officine meccaniche e "resti e rifiuti" di questa nostra società dei consumi, componendoli secondo la trama-specchio dell'attuale complessità dei problemi e dei sentimenti dell'Artista.
Allora, ogni incisione di Paolo Chirco diviene un labirinto segnico in cui il pathos si sofferma avvicinandosi al senso di quello che oggi può essere il raggiungimento di quella quiete che stride ferocemente col rumore incessante ed angosciante delle nostre città.
Misilmeri (Pa), 4/17 Ottobre 1998
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Palermo, febbraio/marzo 2006



